Francesca Tuscano
Solo i poeti riconoscono i poeti, scriveva Montale. Tra la produzione di questi due protagonisti della mostra Caffè sospeso, Pietro Lista e Lello Torchia, la distanza del contesto generazionale a cui appartengono, viene brillantemente superata da quella condivisione di intenti che, nelle arti visive come nella poesia, è la base fondante del riconoscersi nell’altro, diremmo oggi, della condivisione.
Artista storico, dedicatosi sin da giovanissimo, alle ricerche che andavano emergendo negli anni Sessanta, legate all’Arte Povera e, più in generale, a un’indagine sui materiali e sullo spazio, Pietro Lista si pone nei confronti dell’arte visiva, anche nelle sue riflessioni artistiche più attuali, con estrema vitalità e insieme con un rigore operoso, lucido, accompagnato da una straordinaria capacità di lettura del presente storico in cui viviamo. Nella sua piccola scultura, l’opera principale di questa piccola ma preziosa esposizione, le rimembranze di una forma “a caffettiera” s’incontrano con la levità del ferro che, nonostante le sue connotazioni materiche, si presta a una costruttività capace di ridurne allo sguardo anche il peso specifico, per effetto di un plasticismo che molto deve alla pittura. Come la materia cede al tempo arricchendosi di venature in ossidi azzurrini, così il caffè attende l’ora dell’incontro, diviene rituale, idea partecipata dagli astanti.
Il riferimento al noto ritratto di Cézanne, Donna con caffettiera, sembrerebbe fuori luogo in questo contesto, trattandosi di un lavoro, quello di Pietro Lista, in cui si condensano tutti quei significati maggiori indagati dalle arti nell’ultimo mezzo secolo di ricerca. Ma non è forse con la lezione di Cézanne che ha inizio quella decostruzione della forma che poté permettere all’arte e alla forma di aprirsi in contenuti nuovi, di decostruire la tradizione per poter ricomporre quelle visioni dell’oltre che furono le avanguardie? E Pietro Lista, che nel corso della sua vicenda artistica fu peraltro disegnatore attento, non digiuno egli stesso di ritratti e autoritratti, conserva ancora oggi quell’accenno a uno spirito francese, dissacrante e geniale, che poté far ampiamente suo negli anni trascorsi a Parigi, nelle mostre personali e nelle partecipazioni che qui lo videro impegnato sin dai primi anni Settanta.
Il corpo, elemento centrale della sua ricerca, territorio da indagare, mediato dalle diverse prospettive dell’io e dell’altro, si percepisce in quest’opera quasi come un’eco, come la macchina di un Duchamp o di un Picabia, che riprende vita in questo squarcio di sofferente modernità, accecata dalla percezione della precarietà umana e da un senso ormai troppo diffuso dell’ovvio.
Sulla parete adiacente, Lello Torchia realizza in dialogo con Pietro Lista un’installazione minimale, i cui elementi sono ridotti all’osso per dare risalto invece alla processualità. In uno spazio dominato dal bianco, un segno/segmento è l’unica isola da cui pende, “sospeso” appunto, un piccolo innesto circolare, riconoscibile come un filtrino contenente del caffè, lo stesso che si potrebbe utilizzare oggi nelle nostre case. La presenza dell’umano, tipica delle opere installative di Lello Torchia - nelle quali si incontra ora in una forma rarefatta dal gesso ora come frammento organico, che identifica un esserci e insieme una lettura dell’opera – è qui tutta in questo composto appartenente al quotidiano e divenuto il fulcro, la chiusura - il punctum avrebbe scritto Roland Barthes - di questa composizione. L’estrema leggerezza con si pone al nostro occhio questa sospensione, questo sostare in bilico che appartiene a tutti i viventi, ci dà il senso di una sintesi che racchiude l’intero passaggio di un’esistenza.
Anche nella ricerca di Lello Torchia la pittura e il disegno intervengono non solo come percorso attraversato e acquisito. Spesso se ne ritrovano le tracce nel suo lavoro, in quel suo ricollocare elementi trattati con il colore o nel consegnare le sue riflessioni a carte dai segni sensibili che ritraggono visi accennati, non finiti, volti in divenire e per questo caratterizzati da una dinamica vitalità. Ma ad accompagnare questo scorrere sensibile del lapis, questa leggerezza gestuale, vi è anche la coscienza del dramma, tradotta in un linguaggio a tratti esistenziale, che ricorda vagamente gli esiti di Dubuffet o Tàpies, in parte le esperienze prelinguistiche del segno-scrittura, che molti felici approdi videro anche nell’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta.
Ma al di là di queste suggestioni – che appartengono forse più allo sguardo del critico che dell’artista – è bene sottolineare come Lello Torchia riesca a suggerire un’intera visione, con pochi, pochissimi ingredienti. In questo mondo interno che si palesa nell’opera, indubbiamente l’idea del caffè come simbolico richiamo a un incontro amicale, a una confidenza intima, è implicito nel suo accostamento a Pietro Lista, al quale lo lega anche una sincera amicizia.
A chiudere questo dialogo sono infine una coppia di disegni realizzati dai due artisti e posti uno a fianco all’altro, ad indicare una vicinanza data dalla scelta profonda dell’arte. Tra le due carte un “caffè sospeso”, un dono che arriva da lontano, un auspicio condiviso di solidarietà.
Artista storico, dedicatosi sin da giovanissimo, alle ricerche che andavano emergendo negli anni Sessanta, legate all’Arte Povera e, più in generale, a un’indagine sui materiali e sullo spazio, Pietro Lista si pone nei confronti dell’arte visiva, anche nelle sue riflessioni artistiche più attuali, con estrema vitalità e insieme con un rigore operoso, lucido, accompagnato da una straordinaria capacità di lettura del presente storico in cui viviamo. Nella sua piccola scultura, l’opera principale di questa piccola ma preziosa esposizione, le rimembranze di una forma “a caffettiera” s’incontrano con la levità del ferro che, nonostante le sue connotazioni materiche, si presta a una costruttività capace di ridurne allo sguardo anche il peso specifico, per effetto di un plasticismo che molto deve alla pittura. Come la materia cede al tempo arricchendosi di venature in ossidi azzurrini, così il caffè attende l’ora dell’incontro, diviene rituale, idea partecipata dagli astanti.
Il riferimento al noto ritratto di Cézanne, Donna con caffettiera, sembrerebbe fuori luogo in questo contesto, trattandosi di un lavoro, quello di Pietro Lista, in cui si condensano tutti quei significati maggiori indagati dalle arti nell’ultimo mezzo secolo di ricerca. Ma non è forse con la lezione di Cézanne che ha inizio quella decostruzione della forma che poté permettere all’arte e alla forma di aprirsi in contenuti nuovi, di decostruire la tradizione per poter ricomporre quelle visioni dell’oltre che furono le avanguardie? E Pietro Lista, che nel corso della sua vicenda artistica fu peraltro disegnatore attento, non digiuno egli stesso di ritratti e autoritratti, conserva ancora oggi quell’accenno a uno spirito francese, dissacrante e geniale, che poté far ampiamente suo negli anni trascorsi a Parigi, nelle mostre personali e nelle partecipazioni che qui lo videro impegnato sin dai primi anni Settanta.
Il corpo, elemento centrale della sua ricerca, territorio da indagare, mediato dalle diverse prospettive dell’io e dell’altro, si percepisce in quest’opera quasi come un’eco, come la macchina di un Duchamp o di un Picabia, che riprende vita in questo squarcio di sofferente modernità, accecata dalla percezione della precarietà umana e da un senso ormai troppo diffuso dell’ovvio.
Sulla parete adiacente, Lello Torchia realizza in dialogo con Pietro Lista un’installazione minimale, i cui elementi sono ridotti all’osso per dare risalto invece alla processualità. In uno spazio dominato dal bianco, un segno/segmento è l’unica isola da cui pende, “sospeso” appunto, un piccolo innesto circolare, riconoscibile come un filtrino contenente del caffè, lo stesso che si potrebbe utilizzare oggi nelle nostre case. La presenza dell’umano, tipica delle opere installative di Lello Torchia - nelle quali si incontra ora in una forma rarefatta dal gesso ora come frammento organico, che identifica un esserci e insieme una lettura dell’opera – è qui tutta in questo composto appartenente al quotidiano e divenuto il fulcro, la chiusura - il punctum avrebbe scritto Roland Barthes - di questa composizione. L’estrema leggerezza con si pone al nostro occhio questa sospensione, questo sostare in bilico che appartiene a tutti i viventi, ci dà il senso di una sintesi che racchiude l’intero passaggio di un’esistenza.
Anche nella ricerca di Lello Torchia la pittura e il disegno intervengono non solo come percorso attraversato e acquisito. Spesso se ne ritrovano le tracce nel suo lavoro, in quel suo ricollocare elementi trattati con il colore o nel consegnare le sue riflessioni a carte dai segni sensibili che ritraggono visi accennati, non finiti, volti in divenire e per questo caratterizzati da una dinamica vitalità. Ma ad accompagnare questo scorrere sensibile del lapis, questa leggerezza gestuale, vi è anche la coscienza del dramma, tradotta in un linguaggio a tratti esistenziale, che ricorda vagamente gli esiti di Dubuffet o Tàpies, in parte le esperienze prelinguistiche del segno-scrittura, che molti felici approdi videro anche nell’arte italiana degli anni Sessanta e Settanta.
Ma al di là di queste suggestioni – che appartengono forse più allo sguardo del critico che dell’artista – è bene sottolineare come Lello Torchia riesca a suggerire un’intera visione, con pochi, pochissimi ingredienti. In questo mondo interno che si palesa nell’opera, indubbiamente l’idea del caffè come simbolico richiamo a un incontro amicale, a una confidenza intima, è implicito nel suo accostamento a Pietro Lista, al quale lo lega anche una sincera amicizia.
A chiudere questo dialogo sono infine una coppia di disegni realizzati dai due artisti e posti uno a fianco all’altro, ad indicare una vicinanza data dalla scelta profonda dell’arte. Tra le due carte un “caffè sospeso”, un dono che arriva da lontano, un auspicio condiviso di solidarietà.