Ada Patrizia Fiorillo
Fonda su un dialogo, scandito da pause o intervalli sequenziali, questa mostra che vede insieme Pietro Lista e Lello Torchia, artisti decisamente diversi. A distinguerli l’estrazione generazionale, la formazione, l’esperienza, lo stesso linguaggio. Ad unirli, per questa occasione, il tema del corpo, motivo centrale dell’intero percorso espositivo. Tema che, a fronte di un comune interesse per la sua raffigurazione, non giustifica da solo questo incontro. Bisogna infatti entrare nelle biografie dell’uno e dell’altro, per comprendere l’esigenza, ma anche la felice intuizione, del loro proporsi insieme. Di lungo corso l’esperienza di Pietro Lista, già matura nei primi anni Sessanta e ricca, per l’intero decennio e parte del successivo, di affondi e confronti con le nuove ricerche d’avanguardia, conferma un interesse per il corpo, come icona nel quale si è, elettamente, ‘specchiato’ per interrogarsi sull’enigma della creazione, disegno, pittura o scultura, dal quale lasciare emergere narrazioni visive tese in quel tempo che avvolge l’uomo tra la vita e la morte. Di trascorsi meno radicati quella di Lello Torchia, il cui lavoro si sostanzia di riconoscimenti a partire dal sorgere del decennio Novanta, ci dice di un artista che ha scelto la figura umana come nodo della sua ricerca, proponendola, plasticamente o pittoricamente, per sottrazioni e semplificazioni fino a ridurla, in alcune prove, a impronta. Per entrambi risulta chiaro che il rapporto con l’immagine va ben al di là di una trascrizione referenziale, anche lì dove la traduzione formale sembra portarci al vaglio di un’iconografia immediata.
La necessità è allora quella di andare oltre l’inganno visivo per comprenderne la portata, cui giova la trama di questo dialogo, fungendo da supporto al senso espressivo delle opere in mostra.
Hanno scelto, Lista e Torchia, di muoversi per stanze, non solo come espediente allestitivo, ma come filo conduttore di ‘sottotitoli’ che aiutano a svelare la parte invisibile di ciò che il visibile trattiene. È in fondo il compito dell’artista, «un’urgenza – ci ricorda Merleau-Ponty, riferendosi al pittore – che supera tutte le altre. Egli è là, forte e debole nella vita, ma sovrano incontrastato nella ruminazione del mondo, senz’altra “tecnica” tranne quella che i suoi occhi e le sue mani conquistano a forza di vedere […]». Tentiamo allora di scoprire queste stanze.
Sala 1 o del Portatore. Raccoglie lavori recenti e ad aprirla è Pietro Lista con l’opera Figura del 2025, una delle sue figure acefale, fissata sulla carta per via di vernici sintetiche. Un tronco scuro, ombroso, rischiarato solo da una linea bianca di contorno che si prolunga negli oggetti, uno sgabello, una forma geometrica, emanazione di un arto, un contenitore, attraverso i quali articola la scenografia che lo abita. L’artista gioca, come ben noto, tra il pieno e il vuoto, tra il detto e il non detto, tra l’essere e l’apparire, in una condizione di solitudine cui risponde Lello Torchia con le sue opere. Si tratta di lavori realizzati tra il 2022 e il 2025, quasi tutti tecniche miste che, al più tradizionale olio uniscono collage e materie extra pittoriche. L’artista muove dal piano allo spazio, parlando di corpi o, ancora meglio, dell’idea di corpi, acquisiti come silhouette che man mano si scarnificano: da testa muta diventano impronta graffita, fino a farsi traccia circolare, segnatura metafisica di un ricercato ordine del mondo.
Sala 2 o nel tempo dell’Intervallo. Il filo che sostiene questa sala versa sul limite di una lotta tra resistenza e disfatta. Lista vi presenta l’opera Morte del clown del 2025, una versione aggiornata di una carta del 2004, meno graffiata di allora, ma ugualmente testimone, nell’animarsi di un tutto pieno, della capacità dell’artista di modulare il segno, distanziandosi dalla macchia e dalla materia densa, per dare vita ad un disegno pronto a lambire il foglio con tracce corsive che allorché svuotate di sostanza, mantengono la forza della presenza, della contaminazione, dell’essenza. Ad interloquire è il Torchia scultore, con teste di argilla abbozzate e manipolate fino alla deformazione. Una di queste, Senza titolo del 2017, infilzata da una rosa, porta alla mente l’assemblage Lo spirito della nostra epoca (1919) di Hausmann. E forse proprio dello spirito del nostro tempo ci parla il contenuto di questa stanza che Torchia cerca di riportare alla speranza, modulando, per trasparenza, materie varie che nell’assemblage Senza titolo del 2025, aprono varchi alla luce.
Sala 3 o del Miraggio. La pittura è miraggio o, come suggerisce ancora Merleau-Ponty, «teoria magica della visione». In questa stanza Lista propone un corpo ambiguo, non si sa se femminile o maschile. Una figura stagliatasi nel suo sguardo che, pur se non colta dalla realtà, appartiene alla propria visione del mondo. Al suo busto, eidos di un rosso seduttivo macchiato di biacca, fanno da contraltare le opere di Torchia. L’artista porta all’estremo la forza di questo miraggio. Disperde sulle superfici la cifra del proprio visibile. Interroga ciò che gli si è rivelato, attraverso tracce labili di colore, suggerimenti di materia, intrichi di segni. Annunciata del 2025 è l’emblema di tale rivelazione: l’opera realizzata su carta giapponese, mostra gli accenni di un volto, pressato dal verso per manifestarsi, mentre sul recto una croce pare respingerlo, quasi a volerlo cancellare. È un inganno visivo che, per entrambi gli artisti, celebra la fascinazione della pittura, il suo esistere per via di un’unione che è spirito e carne.
Sala 4 o dell’Ordine del difetto. L’operato di un artista può confondere le nostre certezze, aprire varchi all’immaginazione, al sogno, all’utopia. Spesso lo fa utilizzando gli strumenti dell’ironia o del paradosso. Il triplice autoritratto di Lista, Trittico di autoritratti del 2025, apre al gioco dell’instabilità e della messa in discussione della verosimiglianza. L’artista si offre in fogge diverse, prestandosi alla contraddizione. Chi è veramente il pittore? Quale dei tre gli rimanda lo specchio? Torchia accoglie questa provocazione. Alla moltiplicazione risponde per difetto. Arretra vieppiù sulla pagina pittorica. Sposta le coordinate e si vede strabico, equilibrista, musicante. Le sue tecniche miste, da Carillon (Autoritratto nello studio) a Pittore equilibrista entrambe del 2025, impresse da un segno condotto per via di leggerezza, benché capace di indirizzare una tensione visiva, rappresentano infatti l’altra faccia della medaglia. Lì dove Lista si propone spudorato all’enigma, Torchia ripiega per sottrazione: l’ordine del difetto li avvicina.
Sala 5 o della Mensa silente. Si è nell’ultima sala e l’epilogo è nella ricerca di una sacralità. Affiorano memorie, odori, sapori che appartengono a liturgie di un passato che preme, ma che, allo stesso tempo, è difficile da recuperare. Sugli invasi di smalto bianco Lista fa correre immagini di corpi depositati come un decoro che cerca nel vuoto il suo contrario. Sono alfabeti visivi tesi fra presenza e assenza che Torchia affronta operando tra la consistenza di volumi plastici, poco più che sembianze, e la loro sparizione in una sorta di assorbimento dallo spazio al piano. In entrambi gli artisti l’immagine si fa reliquia, un passaggio obbligato per riconoscersi come sostanza e spirito nella realtà del mondo. Riconoscersi è in fondo per entrambi un vedersi e al pari un mostrarsi all’altro da sé, ove ciò che si intende come corpo, ovvero l’energia che lo irradia, il movimento che lo agita, il pensiero che lo conduce, funge da guida, come queste stanze, per rinnovare a se stessi un impegno. «Il ruolo del pittore – sosteneva Max Ernst – è quello di delineare i contorni e di proiettare ciò che si vede in lui».
La necessità è allora quella di andare oltre l’inganno visivo per comprenderne la portata, cui giova la trama di questo dialogo, fungendo da supporto al senso espressivo delle opere in mostra.
Hanno scelto, Lista e Torchia, di muoversi per stanze, non solo come espediente allestitivo, ma come filo conduttore di ‘sottotitoli’ che aiutano a svelare la parte invisibile di ciò che il visibile trattiene. È in fondo il compito dell’artista, «un’urgenza – ci ricorda Merleau-Ponty, riferendosi al pittore – che supera tutte le altre. Egli è là, forte e debole nella vita, ma sovrano incontrastato nella ruminazione del mondo, senz’altra “tecnica” tranne quella che i suoi occhi e le sue mani conquistano a forza di vedere […]». Tentiamo allora di scoprire queste stanze.
Sala 1 o del Portatore. Raccoglie lavori recenti e ad aprirla è Pietro Lista con l’opera Figura del 2025, una delle sue figure acefale, fissata sulla carta per via di vernici sintetiche. Un tronco scuro, ombroso, rischiarato solo da una linea bianca di contorno che si prolunga negli oggetti, uno sgabello, una forma geometrica, emanazione di un arto, un contenitore, attraverso i quali articola la scenografia che lo abita. L’artista gioca, come ben noto, tra il pieno e il vuoto, tra il detto e il non detto, tra l’essere e l’apparire, in una condizione di solitudine cui risponde Lello Torchia con le sue opere. Si tratta di lavori realizzati tra il 2022 e il 2025, quasi tutti tecniche miste che, al più tradizionale olio uniscono collage e materie extra pittoriche. L’artista muove dal piano allo spazio, parlando di corpi o, ancora meglio, dell’idea di corpi, acquisiti come silhouette che man mano si scarnificano: da testa muta diventano impronta graffita, fino a farsi traccia circolare, segnatura metafisica di un ricercato ordine del mondo.
Sala 2 o nel tempo dell’Intervallo. Il filo che sostiene questa sala versa sul limite di una lotta tra resistenza e disfatta. Lista vi presenta l’opera Morte del clown del 2025, una versione aggiornata di una carta del 2004, meno graffiata di allora, ma ugualmente testimone, nell’animarsi di un tutto pieno, della capacità dell’artista di modulare il segno, distanziandosi dalla macchia e dalla materia densa, per dare vita ad un disegno pronto a lambire il foglio con tracce corsive che allorché svuotate di sostanza, mantengono la forza della presenza, della contaminazione, dell’essenza. Ad interloquire è il Torchia scultore, con teste di argilla abbozzate e manipolate fino alla deformazione. Una di queste, Senza titolo del 2017, infilzata da una rosa, porta alla mente l’assemblage Lo spirito della nostra epoca (1919) di Hausmann. E forse proprio dello spirito del nostro tempo ci parla il contenuto di questa stanza che Torchia cerca di riportare alla speranza, modulando, per trasparenza, materie varie che nell’assemblage Senza titolo del 2025, aprono varchi alla luce.
Sala 3 o del Miraggio. La pittura è miraggio o, come suggerisce ancora Merleau-Ponty, «teoria magica della visione». In questa stanza Lista propone un corpo ambiguo, non si sa se femminile o maschile. Una figura stagliatasi nel suo sguardo che, pur se non colta dalla realtà, appartiene alla propria visione del mondo. Al suo busto, eidos di un rosso seduttivo macchiato di biacca, fanno da contraltare le opere di Torchia. L’artista porta all’estremo la forza di questo miraggio. Disperde sulle superfici la cifra del proprio visibile. Interroga ciò che gli si è rivelato, attraverso tracce labili di colore, suggerimenti di materia, intrichi di segni. Annunciata del 2025 è l’emblema di tale rivelazione: l’opera realizzata su carta giapponese, mostra gli accenni di un volto, pressato dal verso per manifestarsi, mentre sul recto una croce pare respingerlo, quasi a volerlo cancellare. È un inganno visivo che, per entrambi gli artisti, celebra la fascinazione della pittura, il suo esistere per via di un’unione che è spirito e carne.
Sala 4 o dell’Ordine del difetto. L’operato di un artista può confondere le nostre certezze, aprire varchi all’immaginazione, al sogno, all’utopia. Spesso lo fa utilizzando gli strumenti dell’ironia o del paradosso. Il triplice autoritratto di Lista, Trittico di autoritratti del 2025, apre al gioco dell’instabilità e della messa in discussione della verosimiglianza. L’artista si offre in fogge diverse, prestandosi alla contraddizione. Chi è veramente il pittore? Quale dei tre gli rimanda lo specchio? Torchia accoglie questa provocazione. Alla moltiplicazione risponde per difetto. Arretra vieppiù sulla pagina pittorica. Sposta le coordinate e si vede strabico, equilibrista, musicante. Le sue tecniche miste, da Carillon (Autoritratto nello studio) a Pittore equilibrista entrambe del 2025, impresse da un segno condotto per via di leggerezza, benché capace di indirizzare una tensione visiva, rappresentano infatti l’altra faccia della medaglia. Lì dove Lista si propone spudorato all’enigma, Torchia ripiega per sottrazione: l’ordine del difetto li avvicina.
Sala 5 o della Mensa silente. Si è nell’ultima sala e l’epilogo è nella ricerca di una sacralità. Affiorano memorie, odori, sapori che appartengono a liturgie di un passato che preme, ma che, allo stesso tempo, è difficile da recuperare. Sugli invasi di smalto bianco Lista fa correre immagini di corpi depositati come un decoro che cerca nel vuoto il suo contrario. Sono alfabeti visivi tesi fra presenza e assenza che Torchia affronta operando tra la consistenza di volumi plastici, poco più che sembianze, e la loro sparizione in una sorta di assorbimento dallo spazio al piano. In entrambi gli artisti l’immagine si fa reliquia, un passaggio obbligato per riconoscersi come sostanza e spirito nella realtà del mondo. Riconoscersi è in fondo per entrambi un vedersi e al pari un mostrarsi all’altro da sé, ove ciò che si intende come corpo, ovvero l’energia che lo irradia, il movimento che lo agita, il pensiero che lo conduce, funge da guida, come queste stanze, per rinnovare a se stessi un impegno. «Il ruolo del pittore – sosteneva Max Ernst – è quello di delineare i contorni e di proiettare ciò che si vede in lui».